I Terreni



“L’arte di trasformare i gonfi grappoli di rosso tannico in ebbrezza è “atavismo genitale”; sei come una pasta molle, ti prende e ti modella: il pollice imprime volute audaci poi lievi, il palmo aggiusta le asperità, da il forte carattere e la delicatezza cerula, ti solleva come alito e ti getta con forza leggera. Già, chi come noi fa il vino questo lo sa, è una cosa che hai dentro, non si può improvvisare: guai andare a braccio.

Le mani che toccano le bacche prima verdi, poi sempre più intense verso il colore settembrino, non conoscono la fretta, ma la calma e la pazienza di chi sa aspettare con loro.

Leghiamo i tralci prolifici con salici tagliati in luna calante, le dita s’intrecciano e danzano sul fuscello rossastro e come per magia un nodo antico assicura il futuro bacchico fardello ad un filo zincato, unica e avvilente modernità in un proscenio così arcaico. Abbiamo molti ceppi, alcuni torti e nodosi hanno cicatrici profonde, sono come mani di vecchio, ma noi lo sappiamo, ai primi tepori quelle nocche si vestiranno di molle e trasparente verde, poi l’aria odorerà di uva in fiore, di verderame e di erba tagliata, distingui il loietto, l’adonide, l’achillea e la bismalva. Poi Sirio accompagnerà la canicola, poi giungeranno i venti etesi che mitigheranno la calura e rilasseranno i pampini e già nell’aria senti la vendemmia”.

I vigneti che noi lavoriamo coprono una superficie di circa quattro ettari, distribuiti in quattro appezzamenti distanti tra di loro un passo di gallo. Il più consistente è posto in valle Montoldo, noi lo confondiamo con il giovane bacco del Merisi che, raggiunta la sommità s’affaccia e guarda il paese e i nostri tetti con indugio infantile: è ben assolato e una brezza soffia da oriente. Le viti che lo popolano sono per la maggior parte “amazzoni attempate” che non tradiscono perché hanno radici piantate in fondo e all’imbrunire, strusciando, fanno il verso alla siccità ballando un delicato frin fru. Qui abbiamo la forte barbera, la timida croatina, la vispa uva rara, l’altezzosa cabernet e più a est pergoloni di malvasia e cortese dai dorati grappoli profumati.

 L ‘altro “pezzo di terra” con cabernet e croatina la raggiungi con una strada che sembra uscita da una fiaba, s’insinua tra un cespuglio di rose aranciate e una bassa riva sostenuta da fitte viti e già vedi le nostre: sembrano disegnate da una mano felice e lì il sole ci ha fatto il nido, tanto è il caldo che sorge dalla terra. Il dosso è inaspettato e devi scendere con cautela, afferrando i tralci sfilacciati per non seguire le zolle che rotolano a valle e quando sei lì è come essere al balcone del mondo e un’infinità di essenze sventolano come mani sottili di donna e, più giù, i filari si accavallano ordinatamente e quello che vedi è un composito tessuto damascato con fiorami lucenti interrotto da chiome di diospiro; poi se improvvisamente alzi lo sguardo, hai dritta l’intera valle e alla sommità, che ti sovrasta, un macchione di robinie che di aprile, fiorito, sembra i capelli di Dio.

L’edicola votiva della Madonna del latte è posta all’incrocio di due poderali, alla destra giungete in Valloncella e lì abbiamo il terzo “pezzo di terra”. E’ un dolce declivio ricco di cultivar dai selvatici ormai scomparsi e vieppiù lì hanno dimorato innumerevoli peschi dalle polpe disparate; le radici rossastre, ora come fossili, conferiscono un profumo tonico alla croatina rigorosamente “ferma”.

Alla destra la strada serpentina porta al quarto “pezzo di terra”: val Cornaleda. Saliamo la schiena di un dosso, è quasi in piedi.. è quasi un Golgota, ma la nostra sofferenza e premiata da un impasto impareggiabile del terreno, un’apoteosi di sali minerali, una manna per quelle radici. Il dosso a tramontana non teme la canicula ed è ricco di uva verdea: la stella che in agosto nasce insieme al sole la rende d’oro, conferendo una dolcezza singolare. Otteniamo un bianco demi­-sec ottimo con la minutaglia di fiume o di lago, ma altrettanto con la pastafrolla.

E’ vivido il ricordo del padre di nostra madre, ragazzo del ’99. Le sue gambe volarono nel fragore di una granata e sua madre non riuscì a non morire. Andò all’altare, Antonia fece tre femmine, diventò un impareggiabile innestatore e le sue mani generarono un infinità di barbatelle che ancora oggi vivono nei nostri crudi dossi e danno grappoli più profumati perché hanno per radici un po’ delle sue gambe.