La Storia

La storia della nostra azienda e' precedente all’acquisto del 1878, infatti in quella data i nostri avi erano già uomini fatti, perciocche' e' dato credere che già precedentemente al trasferimento in quel cortile al civico 47 di via Valdemagna gia' praticassero la produzione dell’uva con la successiva vinificazione. Racconta nostra madre che raccontava suo padre che raccontava suo nonno di enormi carri destinazione p.le Corvetto, piuttosto che v.le Montenero, piuttosto che trattoria Primavera in piazzale Governo Provvisorio , piuttosto.. 

Questi enormi carri con botti da quattordici brente lemme lemme giungevano a Milano, non prima aver fatto tappa in un alloggio con stallazzo alla Cusanina, sicchè il vino già da allora finiva all’ombra della Madonnina, ma non tutto e ciò che rimaneva veniva bevuto alla paglia.



La Paglia

Un forcone, non piu' buono ne per il fieno ne per il letame, era buono solo per la paglia. Il forcone dai rebbi consumati veniva murato al centro della volta, su questo s’infilava un manico di salice o di sambuco e sull’estremità del salice o del sambuco si legava un pugno di paglia. Gaudio ! Li' correva il vino, se alla paglia univano un serto d’edera correva anche quello rosso.Il comune fissava il calendario delle paglie mentre l’uomo del dazio sigillava la botte destinata alla mescita. Quindici giorni durava la mescita e passava da un cortile all’altro da una via all’altra ove ci fosse un contadino con un po'’ di terra per farne del vino, di quindici giorni in quindici giorni i banini lo bevevano tutto o quasi: contadino oste oggi, contadino bevace domani. Il nostro cortile s’animava : lunghi e stretti tavoli scuri si riempivano di contadini che disertavano la vigna e infilavano le mani nei magri cavagnoli cercando le frittate che no c’erano.. .E così i salami e quelle belle galline cotte che sempre non c’erano e s’accontentavano, si accontentavano e cantavano: Aspetti signorina le dirò con due parole chi sono, che faccio dove vivo..”. Cantavano e bevevano. Di domenica vestivano l’abito scuro, lo stesso indossato in chiesa grande quando, con o senza cravatta, si sposarono, lo stesso che li avrebbe accompagnati, sempre in chiesa grande, al canto: “Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il salvatore”. I tavoli, nella stagione calda, erano a tramontana e si godeva il fresco delle cantine; io li rivedo, rivedo una ragazza tra i tavoli col vassoio smaltato mentre il sole illumina i bicchieri, i quarti, i mezzi litri e i litri piombati presi in affitto e gli avventori che infilano la mano della frusta nel taschino del gile'.

“Spagnolette ! Spagnolette !” Ripete il marito di Eurosia girando tra i tavoli. Ha un cavagnolo al braccio e una stadera da bambola e quando Mario o Piero alzano l’indice, s’avvicina, appoggia il prodotto sul tavolo e con calma da inizio alla pesatura. Uno scrupolo di spagnolette sul piatto e via, fa scorrere il peso costante lungo il braccio graduato poi.. continua la sua magra corsa tra i tavoli imbevuti di vino. “Spagnolette ! Spagnolette !” E rivedo ancora le trecce scure di quella ragazza e il naso affilato: rivedo mia madre.