Racconti di famiglia

La Paglia

Un forcone, non più buono ne per il fieno ne per il letame, era buono solo per la paglia. Il forcone dai rebbi consumati veniva murato al centro della volta, su questo s’infilava un manico di salice o di sambuco e sull’estremità del salice o del sambuco si legava un pugno di paglia. Gaudio!

Li’ correva il vino, se alla paglia univano un serto d’edera correva anche quello rosso. Il comune fissava il calendario delle paglie mentre l’uomo del dazio sigillava la botte destinata alla mescita.

Quindici giorni durava la mescita e passava da un cortile all’altro da una via all’altra ove ci fosse un contadino con un po’ di terra per farne del vino, di quindici giorni in quindici giorni i banini lo bevevano tutto o quasi: contadino oste oggi, contadino bevace domani.

Il nostro cortile s’animava: lunghi e stretti tavoli scuri si riempivano di contadini che disertavano la vigna e infilavano le mani nei magri cavagnoli cercando le frittate che non c’erano. E così i salami e quelle belle galline cotte che sempre non c’erano e s’accontentavano, si accontentavano e cantavano: “aspetti signorina le dirò con due parole chi sono, che faccio dove vivo…”. Cantavano e bevevano.

Di domenica vestivano l’abito scuro, lo stesso indossato in chiesa grande quando, con o senza cravatta, si sposarono, lo stesso che li avrebbe accompagnati, sempre in chiesa grande, al canto: “Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il salvatore”.

I tavoli, nella stagione calda, erano a tramontana e si godeva il fresco delle cantine; io li rivedo, rivedo una ragazza tra i tavoli col vassoio smaltato mentre il sole illumina i bicchieri, i quarti, i mezzi litri e i litri piombati presi in affitto e gli avventori che infilano la mano della frusta nel taschino del gilè.

Spagnolette! Spagnolette!” Ripete il marito di Eurosia girando tra i tavoli. Ha un cavagnolo al braccio e una stadera da bambola e quando Mario o Piero alzano l’indice, s’avvicina, appoggia il prodotto sul tavolo e con calma da inizio alla pesatura. Uno scrupolo di spagnolette sul piatto e via, fa scorrere il peso costante lungo il braccio graduato poi.. continua la sua magra corsa tra i tavoli imbevuti di vino.

Spagnolette! Spagnolette!” E rivedo ancora le trecce scure di quella ragazza e il naso affilato: rivedo mia madre.


Le gambe di mio nonno

Mio nonno faceva il vino e le barbatelle. Le infilava in una cassetta di legno con abbondante segatura, poi ci pensava il caldo della stufa.

Dei suoi dolori e delle sue gioie mi bisbigliano le viti di quel cantone lassù, vicino alla strada ad un passo da quel maledetto gerbido: rovi come anguille hanno effimere roselline biancorosate. Di testa c’e’ ne una di merlot, ha nodi grossi come ginocchi di vitello… E’ bellissima nella sua sofferenza. Bisbiglia, lacrimando dalle profonde fessure, di quando mio nonno, durante l’ultima guerra scappava tra le pieghe di quella poca terra e si nascondeva in quei recipienti di cemento azzurro-verderame.

E’ ancora lì un po’ meno azzurro con la bocca buttata su di un fianco, ed è lì che s’infilava e si rifugiava lasciando fuori le gambe: già, erano di legno e poco si curava, quelle di carne e midollo erano rimaste in qualche desolata trincea sull’Adamello, sporche, forse, di sabbia uscita dai sacchi: sabbia di mare? Magari! Sabbia di cava? Forse!

Vedi. Tutti miei figli, grazie al Grande Mutilato: tante marze tante viti e poi ancora figli dei figli: il Grande Mutilato era un buon padre innestatore.” Ora, d’inverno, vengo a raccogliere i tralci recisi e non porto i guanti , voglio sentirli sul palmo; sentirli sulle dita è come sentire il legno di quelle gambe che rimanevano fuori da quell’azzurro ora interrotto da sottili crepe dove la minuta edera figlia.

Ho notato che l’interno è rivestito da uno spesso muschio buono per il presepio… è una buona grotta e sono certo che il Grande Mutilato ci stava comodo .