Storia

Viticoltori in San Colombano

 

La struttura di casa Valdemagna, proprietà della famiglia Bassi da generazioni, non è cambiata rispetto a un secolo fa: l’azienda vitivinicola ha mantenuto gli stessi locali.

Un’antica stalla, che ospitava un roano dalla coda mozza, è diventata sala di imbottigliamento e un dedalo di cantinette, destinate agli affittuari, si è trasformato in luogo di pigiatura e fermentazione.

La cantina fa bella mostra di sé, un bel portico arioso ospita oleandri dalle inflorescenze doppie, tutto il resto è rimasto immutato. I vigneti coprono una superficie di circa quattro ettari, distribuiti in quattro appezzamenti. Il più consistente è posto in valle Montoldo.

Qui crescono la forte barbera, la timida croatina, la vispa uva rara, l’altezzosa cabernet e, più a est, pergoloni di malvasia e cortese dai dorati grappoli profumati. L‘altro appezzamento è invece coltivato a cabernet e croatina.

 

Presso i locali dell’azienda si svolgono la domenica due tipi di degustazioni senza obbligo di prenotazione, per provare i vini di Casa Valdemagna, accompagnati da bontà locali. Mentre, su richiesta, è possibile vivere l’esperienza enogastronimica tipica del lodigiano, con una degustazione ricca e fantasiosa.

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Casa Valdemagna si racconta

Casa Valdemagna prende il nome da Valle degli Amagis. Quand’ero un ragazzo la corte, pertinenza del castello Visconteo, era un trapezio assolato di terra rossa come di pirite; d’estate esalava una polvere che s’appiccicava al collo sudato e si vestive di libellule color tango. A settembre, sotto il portico, l’uva attendeva i calcagni e quando la navassa teneva iniziava la danza.

Le ragazze, infilando le mani giunte al di sopra dei ginocchi, attillavano le sottane alle cosce stringendole con podore e ritmavano i piedi: sotto l’uva si scioglieva. Il mosto usciva dalla navassa schizzando le facce dei bimbi, poi, sollevavando le sottane uscivano da quel legno e i giovanotti, appoggiati ai pilastri del portico rubavano, con un profondo languore, le pallide cosce.

Ora un’enorme quercia dalle foglie glabre è un sicuro rifugio di merli neri come la liquirizia. Il verde, ora, è l’assoluta novità di questo spazio antico e le ragazze dalle sottane sono un vivido ricordo, sostituite da lucenti elicoidi che alacremente maciullano l’uva, ma il resto è rimasto immutato; immutato è l’amore per le colline, per le viti e immutato è rimasto il mistero del vino, che ogni anno giunge come un figlio ed avrà gli stessi occhi del fratello più grande, ma il carattere lo farà differente: fare vino è atavismo genitale! Guai andare a braccio!


Una Storia lunga più di 100 anni

La struttura della nostra azienda è di una semplicità che disarma, infatti i locali odierni sono gli stessi di un secolo fa, con la sola differenza di quell’igienicità di comune e normale intelligenza. L’odore di cantina è lo stesso, l’odore del mosto non è mutato.

La storia della nostra azienda è precedente all’acquisto del 1878, infatti in quella data i nostri avi erano già uomini fatti, perciocchè è dato credere che già precedentemente al trasferimento in quel cortile al civico 47 di via Valdemagna praticassero la produzione dell’uva con la successiva vinificazione.

Racconta nostra madre che raccontava suo padre che raccontava suo nonno di enormi carri destinazione p.le Corvetto, piuttosto che v.le Montenero, piuttosto che trattoria Primavera in piazzale Governo Provvisorio , piuttosto che…

Questi enormi carri con botti da quattordici brente lemme lemme giungevano a Milano, non prima di aver fatto tappa in un alloggio con stallazzo alla Cusanina, sicchè il vino già da allora finiva all’ombra della Madonnina, ma non tutto e ciò che rimaneva veniva bevuto alla paglia.

Un’antica stalla, rifugio notturno di un roano dalla coda mozza, è diventata sala di imbottigliamento e un dedalo di cantinette, destinate agli affittuari, trasformato in luogo di pigiatura e fermentazione, la cantina fa bella mostra, nell’angolo di destra, di un arco del xv secolo, un bel portico arioso ospita oleandri dalle inflorescenze doppie copiosamente amare, tutto il resto è rimasto immutato: il fico è lo stesso come la pergola di aleatico, che ci regala ancora, in un angolo a mezzogiorno del cortile, una familiare e antica ombra e come allora di maggio il cortile diventa un’aia e nei giorni ventosi i mucchi di fieno sono flutti che s’infrangono contro lo zoccolo delle abitazioni liberando un odore d’ortiche, di giugno si veste di libellule color tango, le ali opache attenuando il sole lo vestono di arabeschi e composti fogliami, d’agosto si veste di canto, sui tavoli battono il tempo e volano le romanze..

Se fra i guerrier io fossi, se il mio sogno s’avverasse, un esercito di prodi…”. Le voci si liberano e vanno oltre i tetti, di settembre si veste di umida uva, i cesti intrecciati lasciano un sangue appiccicoso e sulle facce delle ragazze c’è un largo sorriso. Dai loro piedi il rosso di quel sangue giunge ai ginocchi tingendo gli orli delle sottane, alle cosce e alle punte dei capelli, d’ottobre sa di fumo e dai comignoli scende e s’insinua tra il granturco e i raspi secchi, di novembre sa di crisantemi, ognuno ha un angolo tra le viti dove crescono, di dicembre si riempie di pali di castagno, serviranno per rimaneggiare le vigne. Gli anni, il sole e la pioggia li scorteccerà , il verderame li tingerà di cielo.